Quando non c’è foschia lo sguardo arriva fino al mare. Al di là del lago e delle ville, gli occhi più aguzzi intravedono gli alberi maestri e le vele delle navi. Si potrebbe stare per ore, in piedi, incantati dietro I vetri dei corridoi. O, se la stagione non è troppo rigida, mettersi a osservare, seduti sulla panchina messa lì quasi a strapiombo sull’acqua nella quale si specchia Castelgandolfo.

Ci sono preghiera e silenzio «in questa casa destinata alla riconciliazione e santificazione delle nostre anime, al ripensamento e aggiornamento dei ministeri e degli apostolati», come scriveva don Giacomo Alberione, che la volle inaugurare nel 1959. Ed è forse proprio per questo clima che il Papa l’ha scelta per gli esercizi spirituali che ogni anno fa con la Curia.

«Nessuno di noi gli ha chiesto perché ha scelto la nostra casa o come la conoscesse, non volevamo essere indiscreti o invadenti», confida don Vito Fracchiolla, vicario generale dei Paolini. «È stata una sorpresa anche per noi», aveva subito detto l’allora superiore generale don Silvio Sassi quando nel 2014 Francesco annunciò per la prima volta che gli esercizi quaresimali per la Curia e il Papa, introdotti da Pio XI nel 1925, si sarebbero svolti «in disparte, senza distrazioni che possano disturbare il clima di preghiera. In modo riservato e silenzioso, lontano dagli uffici del lavoro abituale».

Nelle settimane precedenti l’arrivo del Papa, come del resto in tutto l’anno, ad Ariccia, sui Colli Albani, la vita della Casa Divin Maestro scorre tranquilla. Una piccola comunità di cinque paolini, con un delegato, don Mario Sobrejuanite, che dipende direttamente dal superiore generale, con fratel Francesco Bernardi incaricato della logistica, fratel Ernesto Bergamin che si occupa della manutenzione, dal settore informatico all’idraulica, con don Olinto Crespi e don Paolo Di Figlia dediti all’accoglienza, dalle confessioni alle guide spirituali di singoli e gruppi che scelgono Ariccia per un momento di meditazione e preghiera. Soltanto una foto, appena a destra dell’entrata, ricorda che qui, da quattro anni, Francesco “esercita” l’anima. «Quando uno è qui respira un’aria di grande serenità», dice Alessandra alla reception. «Certo è un capo di Stato, è il Papa e quindi la nostra attenzione è massima, ma tutto si svolge con grande naturalezza». Lei, Roberta e Sara si alternano dietro al bancone dell’ingresso pronte a essere presenti e invisibili al tempo stesso.

«Il nostro lavoro è proprio questo: cercare di essere efficienti, e dunque pronte a rispondere all’occorrenza, ma, allo stesso tempo, rispettando il raccoglimento e la privacy». Fuma il caffè appena erogato dalla macchinetta del refettorio. In piedi davanti alla credenza Aldo ricorda la manutenzione del bosco, nove ettari di meraviglia, «che hanno però sempre bisogno di cure per non morire». Tra gli alberi si susseguono le edicole: della Via Crucis da un lato, dei misteri del Rosario dall’altro. E in mezzo al verde soltanto il cinguettio degli uccelli e il silenzio.

È tutto pronto per l’arrivo del Papa, dal 5 al 10 marzo, per gli esercizi che saranno guidati dal biblista francescano padre Giulio Michelini sul tema “Passione, morte e risurrezione di Gesù secondo Matteo”. Le poltroncine rosse – regalo del Vaticano – stanno per essere posizionate nella cappella dove si terranno le meditazioni, le cucine sono in ordine, con il refettorio spartano ma accogliente. Le stanze risistemate con la normale manutenzione, la sicurezza in mano alla Gendarmeria che si appresta a bonificare tutto e a piazzare I propri strumenti di protezione. Ma non c’è affanno nell’attesa. Anzi, l’imperativo sembra essere quello di continuare la vita di tutti I giorni. E di assicurare il servizio per cui don Alberione volle questa casa, e cioè quello di facilitare «l’indispensabile», che si traduce in «meditare e pregare», perché più «l’anima è attiva in tutte le sue potenze nel meditare e parlare con il Signore, tanto maggiore sarà il frutto».

E in questa casa, che Alberione definiva “necessaria” per la Famiglia Paolina e non solo per essa, il Papa e la sua Curia troveranno il grande “Benvenuti” inciso nella pietra. Con il monito costante del senso dell’essere in un posto come questo, e cioè «più di tutto la grande gioia di rivederci, di pregare e vivere assieme, di incoraggiarci vicendevolmente, di riconfermare e ripetere la nostra donazione al Signore».